18 dicembre 2014

Recensione birra #18 - Jana

Nome birra: Jana
Birrificio: Birra Bellazzi
Tipologia: Saison
Nazione: Italia
Gradazione alcolica: 5.5%
Tipo di fermentazione: Alta 


Esame Visivo:  La foto non inganna, la nostra Jana è dorata con una corona di schiuma pannosa e abbastanza persistente con la torbidezza tipica di una vera saison artigianale. Voto: 4/5

Esame Olfattivo: Jana all'olfatto è minimale, cosa che adoro concettualmente, ma che stona con una saison che dovrebbe ammaliare con la sua speziatura. In questa birra la speziatura è data da due protagonisti: il lievito e la pompia (un tipico agrume sardo che non conoscevo), che avrei però preferito più spinti... L'aroma fruttato (quasi di pera) e acidulo-agrumoso si spegne nel momento stesso in cui raggiunge le narici.  Voto: 3/5

Esame Gustativo: Dovrei dire qui la stessa cosa detta sopra, ovvero che Jana non è la solita saison ed ha una particolare tendenza al minimale, ma devo ammettere che se all'olfatto non mi ha convinto, al gusto mi ha conquistato.
La bevuta inizia con una piacevole frizzantezza e si chiude con una secchezza che asciuga la bocca ed invita ad un'altra bevuta... ma in mezzo cosa c'è? Una delicatissima bevuta, dovuta probabilmente all'utilizzo di malto di segale e a luppoli non invadenti, lasciati solo a cornice di quell'acidulo agrumato dovuto alla pompìa.  Voto: 4/5




Questa bolognese, in realtà prodotta a Piacenza, è stata una bella sorpresa e ve la consiglio caldamente d'estate, data la sua natura ibrida che la pone idealmente tra una blanche ed una saison: è dissetante e non scontata, raffinata, ma "rustica" (come la definiscono sul sito del birrificio)... Sicuramente il tempo la migliorerà.

Voto Finale: 8/10

5 dicembre 2014

Recensione Birra #17 - FEAR

Nome birra: Fear
Birrificio: Brewfist
Tipologia: Milk Chocolate Stout
Nazione: Italia
Gradazione alcolica: 5.2%
Tipo di fermentazione: Alta 



Esame Visivo: Marrone scurissimo, perfettamente opaco, si possono ammirare le bolliccine nel breve tratto che separa il liquido dalla schiuma, una schiuma dal color noce... che forse sparisce un po' troppo velocemente. Voto: 4/5

Esame Olfattivo: Questa Fear è un po' il contrario di come vuole appararire: è in realtà una timidona e certamente non fa paura! I delicatissimi sentori di cacao fuso ai malti tostati invitano dolcemente alla bevuta, ma non conquistano a causa della facilità con cui ci si abitua all'aroma che risulta, ahimè, piatto al naso dopo un po'...
Voto: 3/5

Esame Gustativo: Come ci si aspetta dall'olfatto la Fear è delicata alla bevuta, le note di lattosio e cacao bagnano per poco la lingua ed il palato, così come i sapori di malto li accarezzano solo: il corpo è "leggero", la carbonazione scarsa e l'amaro arriva solo alla fine ad equilibrare una bevuta che rischia altrimenti di essere troppo stucchevole. Bilanciata, piacevole ed un po' fine a se stessa.Voto: 3/5


La Fear è una birra che gli amanti di stout sicuramente saranno soddisfatti di mettere in catalogo, ma tutti gli altri, me compreso, che le stout le riescono ad apprezzare fino in fondo solo quando sfoggiano tutto il loro carattere e l'intensa fragranza di tostatura e caffè, magari accompagnata da un grado alcolico più elevato, non riusciranno mai a capire queste birre: buone birre, ma da concedersi distrattamente in un pomeriggio invernale.
 
Voto Finale: 7.5/10

6 novembre 2014

Film: Il giovane favoloso - Mario Martone

Il giovane favoloso
di Mario Martone
Italia - 2014
Biografico

Lo ammetto, ho sempre desiderato dirigere un film su Leopardi -nei miei sogni l'ho fatto tante volte- e sentivo pesantemente la mancanza di una pellicola ben fatta su uno dei personaggi della letteratura (e non solo) italiana a cui sono molto affezionato, a cui siamo tutti un po' affezionati; è da un anno che seguo Martone nella realizzazione di questo film, da quando sentî per la prima volta la notizia su internet, da allora riconosco di essermi gonfiato un po' troppo di aspettative per questo film e ciò probabilmente ha influenzato il giudizio sull'opera che sto qui per scrivere.

Cominciamo dal fatto che mi ha insospettito il tanto, troppo, parlare di un film su Giacomino prima ancora che uscisse nelle sale (dalla sua presentazione a Venezia 71): questa è una cosa che di solito accade con film pompati che hanno, prima ancora di essere visti, la presunzione di voler essere esportati e venduti fuori patria, e che questo accada con Leopardi ha fatto strisciar fin sotto le mie narici una certa puzza, anche se molto meno pestifera, di cinemadavenditoridifumo.
   Passiamogliela, tanto non è riuscito nel suo intento, anche se mi sono sempre immaginato un film su Leopardi come un qualcosa più di nicchia (non di nicchia, attenzione, ma TENDENZIALMENTE di nicchia), come una qualsiasi biopic che si rispetti su un autore che scrive POESIE -ma sarò io il solito hipster che pretende prodotti meno fruibili dal grande pubblico- e quindi mi taccio su questa considerazione: passiamogliela perché c'è Martone, c'è Elio Germano e ci sono 8 milioni (!) di euro di produzione.

Arriviamo finalmente al film vero e proprio, sarò corto e schematico:
"Il giovane favoloso" ha due difetti, un pregio e tante cose in mezzo.

Le tante cose in mezzo sono quelle che lascio ad un giudizio meramente soggettivo, come la scelta della musica (che ho apprezzato, tranne per aver inserito un brano cantato in inglese, sarebbe stato gradito l'utilizzo di altra elettronica strumentale e l'inserimento di un brano post-rock a questo punto), la fotografia (che io ritengo ottima, ma credo anche questo sia un giudizio estetico che lascio agli individui), la recitazione (OTTIMO GERMANO, bocciati gli altri), l'inserimento di sequenze oniriche (bocciata questa scelta che trovo esteticamente insufficiente e discontinua all'interno del film per poter essere apprezzata) e la regia (bocciato Martone che, come segnalato dall'articolo americano sopra, soffre di eccessivo didascalismo sterile e scolastico, forse più adatto ad un documentario, ma su questo torneremo; ho apprezzato tantissimo il periodo Napoletano che mette alla prova le varie anime leopardiane).

I difetti imperdonabili:
"Il giovane favoloso" è un film che, ammettiamolo, aveva una responsabilità ENORME, ovvero svegliare dal letargo cinematografico un gigante come Giacomo Leopardi -e questo in effetti è un merito intrinseco- ma su come l'abbia fatto ne sono rimasto deluso, ed a quanto pare, con me molti.

1. Un Leopardi che strizza l'occhio a tutti
Contenuti

 Cosa voleva esattamente raccontarci Martone del poeta di Recanati? BOH!
Credo che nessuno possa uscire dalla sala con una risposta a questa domanda, proprio perché l'intento, mal celato, di quest'opera è quello di piacere a tutti, ma attenzione... Sì può davvero fare un film su un poeta che la maggior parte degli italiani impara ad odiare a scuola, che piaccia a tutti?
No.
Sarò più esplicito: Martone non si schiera, Martone non decide di narrare una delle mille sfaccettature complesse di Leopardi, ha la presunzione di trattarle tutte e nessuna (il rapporto con la malattia, con la poesia, con la famiglia, con Ranieri, con Recanati, con gli altri letterati, con la morte, con il sesso, ecc.) e questa la vedo come una grande offesa ad un pensatore che di certo non manca di spessore e complessità su ognuno dei temi citati.
Insomma, Martone si è voluto sostituire alla scuola Italiana ed ha fatto il suo stesso gioco, ci ha presentato un lavoro didascalico e scolastico, che vuole dire tutto e non dice niente, che non affronta nessun aspetto con la dovuta profondità e che non si schiera: questo lo può fare l'insegnante che presenta Giacomo Leopardi ad una classe liceale, ma non un ARTISTA che vuole proporre al pubblico un'OPERA.




Chiudo questo primo difetto dicendo che ho trovato tanto simpatico quanto odioso l'accennare all'omosessualità di Leopardi senza prendere una posizione neanche su questa cosa, anche perché non credo l'abbiano notata tutti... Rimando a questo articolo , che non condivido in pieno perché troppo di parte, ma che forse per la maggior parte delle persone che vanno a vedere il film con la sola conoscenza scolastica del poeta è una cosa nuova.




2. Una regia confusa
Forma

In realtà mi sono già espresso sulla regia nelle righe precedenti, ma qui vorrei porre l'attenzione su una cosa che, a differenza delle precedenti, giudico OGGETTIVA:
Io rimarrei seduto su una sedia anche a veder scorrere clip di attori dilettanti che provano ad interpretare Leopardi, quindi Elio Germano l'ho visto con piacere, ma non posso non riconoscere che l'esagerata lunghezza del film non è giustificata da Elio Germano che recita bene.
Il film non ha una trama vera e propria, e salta gli anni centrali della vita di Leopardi che reputo tanto importanti quanto gli altri, quindi non posso capire quale razza di ragionamento ci sia dietro una scelta del genere se non la pura "spettacolarizzazione" e l'effimero tentativo di voler raccontare tutta la vita del poeta (per le ragioni precedentemente illustrate), in più la scelta delle solite poesie (poche a dire il vero, ma passi la Ginestra) non giova certo a far scoprire qualcosa di nuovo allo spettatore italiano (è per questo anche, che ho detto che è un film che mira con presunzione ai mercati americani).

Anche qui chiudo facendo notare che il film in realtà, a parte il tentavo audio-visivo con la scelta di brani insoliti per un film del genere, non ha nessuna trovata estetica degna di questo nome ed un'opera d'arte senza trovate estetiche interessanti non può superare la sufficienza.



Il pregio
In realtà il vero pregio di questo film l'ho più volte detto -oltre l'interpretazione di Elio Germano- ed è il fatto meraviglioso che per un po', qui in Italia, si parla di Giacomo Leopardi scardinando l'inutile categoria di pessimismo, e soprattuto, lo si fa  fuori da un'aula scolastica.


Voto 6,5/10



P.S.: Antono Ranieri non era un sant'uomo.

20 ottobre 2014

Film: The act of killing - Joshua Oppenheimer

The act of killing
di Joshua Oppenheimer
Norvegia, Danimarca, Regno Unito - 2012
Documentario

L'atto di uccidere o La recita dell'uccidere o, con una traduzione più libera che preferisco, La messinscena del massacro: tutti questi titoli calzano ugualmente a pennello a questo documentario di Joshua Oppenheimer, giovane regista texano (e chi lo direbbe mai guardano il film!) che prima di "The act of killing" era praticamente sconosciuto al grande pubblico, ma che dopo la candidatura all'oscar di questo suo documentario (ed tanti premi in giro per l'europa tra cui ricordo quello vinto al nostrano Biografilm Festival bolognese) si è fatto prepotentemente conoscere a livello internazionale (e recentemento ha realizzato un altro documentario sullo stesso tema del documentario qui trattato, col titolo "The look of Silence"); tornando a noi, cos'è questo documentario dal titolo così pretenzioso?

Partiamo subito dal fatto col dire che è uno dei documentari (del genere) più belli degli ultimi anni e che la complessità dell'opera è data fondamentalmente da due livelli paralleli che il film attravaresa, ma non con la stessa intensità, e lancia contro lo spettatore: quello individuale e quello collettivo/storico.

Vorrei iniziare con il livello che definisco individuale per giungere infine a quello storico, anche perché tutte le altre recensioni che ho letto sul web fanno esattamente il contrario.


Questo qui di lato è Anwar Congo, il protagonista del documentario,  che sembrerebbe un adorabile nonnino con l'aspetto di Mandela con i suoi due nipotini, se non fosse quel che resta di uno spietato assassino attivo negli anni '65-'66, il 41esimo trovato da Oppenheimer ed a quanto pare, il più ansioso di tutti di raccontare la sua storia.
Anwar non nasce come uno spietato assassino al soldo del miglior offerente, lui è il solito gangster dedito al bagarinaggio davanti ai cinema locali che importano da Hollywood (dice lui) e a qualche estorsione occasionale (deduciamo noi), e quando gli si presenta l'occasione giusta per arricchirsi e vivere quella vita da ricco gangster hollywoodiamo  che spesso vede nei cinema (Al Pacino è il suo preferito, dice Anwar), lui, imitando i suoi beniamini, la sfrutta.
Quale è questa occasione?
Un attimo, dobbiamo introdurre un altro personaggio.

Questo qui è Herman Koto, decisamente più buffo e più giovane di Anwar, eppure i loro destini si sono incrociati neel 1965, perché anche lui, come tanti altri (alcuni dei quali conoscerete nel documentario), ha sfruttato la stessa occasione che gli si è presentata nel '65, cambiando per sempre la sua vita... In meglio direi, visto che ora vive una vita agiata ed occupa un posto di rilevo nell'organizzazione paramilitare Pancasila Youth.

Perché definirli assassini se sembrano dei simpatici tipi (in piena libertà)? E quale è stata quest'occasione che ha cambiato loro la vita? 

Credo che queste siano le due domande che più di tutte assillano lo spettatore che guarda "The act of killing" per la prima volta, nonostante le risposte siano date subito nel film:  la genialità artistica di quest'opera, infatti, non sta tanto nello spremere queste due domande fino al raggiungimento di una illuminante risposta, ma sta proprio nell'estrema evidenza delle risposte di cui lo spettatore non si capacita fino alla fine.

Anwar Congo ed Herman Koto sono effettivamente due personaggi teatrali, simpatici e grotteschi, ma sono allo stesso tempo dei boia che hanno torturato ed ucciso centinaia di persone solo per soldi, entrambi hanno la sfrontatezza dei vincitori che l'hanno fatta franca, sono tanto sfrontatti da essere ingenuamente attirati da un regista americano che vuole filmarli "per raccontare i fatti dell'Indonesia tra il 1965-66" e cadere in una vera e propria trappola "artistica" che li metterà alla prova nella loro sfacciataggine, attraverso un passato che essi stessi riesumeranno con apparente fierezza.
Joshua Oppenheimer scruta, a loro insaputa, l'animo di questi assassini che si sentono giustificati dalla storia, che si sentono dal "lato giusto", tanto giusto da potersi permettere di raccontare i modi in cui torturavano ed ammazzavano la gente con il tono di chi sta raccontando la buona novella

The Act of Killing è un film denso e magistrale nel lasciar spazio allo spettatore di formarsi piano piano una coscienza sui fatti che gli si stagliano davanti lentamente, fatti così crudeli e difficili da digerire che solo una volta giunti ai titoli di coda si possono coscientemente metabolizzare; questo è lo spettatore occidentale, sono io che non conoscevo gli eventi narrati prima di aver visto il documentario, sei molto probabilmente tu che stai leggendo, siamo noi che ci dimentichiamo gli avvenimenti dell'Indonesia del '65, e abbiamo la presunzione di avere l'unica idea possibile di Storia, quella storia in cui se si dice Manhattan 2001 tutti ricordiamo qualcosa, mentre se non si dice chiaramente di cosa stiamo parlando -perché no, non ho ancora risposto alla seconda domanda- pur avendo fatto molti accenni, Indonesia 1965-66 non ci dice niente.

Quale è stata l'occasione che ha cambiato  la vita di Anwar Congo ed Herman Koto?

Se ci fermiamo alla "banalità del male" che Anwar ed Herman rappresentano, credo che non si sia fatto il passaggio dall'individuale al collettivo di cui parlavo, e, ora posso dirlo, il passaggio che non è perfettamente riuscito al regista: non sono ben sicuro se il buon texano avesse la volontà o la capacità di fare esplicitamente questo cambio di prospettiva in cui dalle colpe individuali degli assassini si passa alle colpe più storicamente importanti e dimenticate dei mandanti, ma nel film ci sono tutte le premesse necessarie affinché il nostro sguardo attraversi gli orrori commessi da Herman ed Anwar e giunga ad una consapevolezza maggiore sulla messinscena del massacro.

Voto Finale: 9/10


Cosa diamine è successo in Indonesia nel 1965?

I boia eseguono solo un ordine, l'ordine in questo caso era l'annientamento di militanti e simpatizzanti del PKI (partito comunista indonesiano, il terzo con più iscritti al tempo, dopo quello Russo e Cinese) o presunti tali (tra cui la minoranza cinese in indonesia), dato che dopo l'elezione a presidente di Sukarno, la cui politica mescolava elementi nazionalisti ad elementi socialisti più una simpatia per il PKI ed un esplicito anti-imperialismo, la paura che scoppiasse una rivoluzione comunsita in un paese popoloso e geograficamente strategico come l'Indonesia era troppo elevata perché gli Stati Uniti (ma sono coinvolti direttamente il Regno Unito ed in misura minore altri paesi europei tra cui l'Italia) non intervenissero, così si usò l'uccisione di alcuni ufficiali dell'esercito Indonesiano come casus belli per un colpo di stato militare che avrebbe portato al potere il generale Suharto e l'inizio di una pulizia etnico/politica che procurò la morte di un numero di persone tutt'oggi da confermare che oscilla a seconda delle stime tra un minimo di 500.000 ad un massimo di 3 milioni.



Per approfondire l'argomento:
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