15 luglio 2014

Film: Il tempo che ci rimane - Elia Suleiman

Il tempo che ci rimane
di Elia Suleiman
Regno Unito, Belgio, Francia, Italia - 2009
Tragicommedia, Drammatico

Un tassista ebreo sta trasportando un taciturno passeggero, quando un violento nubifragio lo costringe a fermare il suo mezzo perchè non riesce più a riconoscere il luogo in cui si trova, il film si apre così: deve essere stata proprio questa la reazione dei palestinesi alla proclamazione dello stato di Israele nel 1948.

 Elia Suleiman ci propone un film dal carattere stilistico molto forte, non il solito intreccio narrativo, ma un insieme di sketch surreali apparentemente slegati tra loro, che sfiorano il tragico ed il comico, senza mai farci ridere o piangere, ma tenuti insieme dagli stessi protagonisti, i palestinesi, raccontati attraverso le vicende del regista e della sua famiglia.
Il film si articola in quattro parti: la prima affronta le vicende del padre del regista nel primo conflitto arabo-israeliano nel '48, dove il padre, Fuad Suleiman (Saleh Bakri), è coinvolto in prima persona come tornitore di armi per la resistenza palestinese e finirà col rischiare la vita; la seconda si svolge nel '70 (riconoscibile per la notizia della morte di Nasser), quando Fuad si è ormai ricostruito una vita con la sua famiglia ed è introdotto il personaggio di Elia, già rimproverato per i suoi interventi in classe (l'insegnante lo rimprovera per aver detto prima che gli USA sono colonialisti, poi imperialisti); la terza  ambientata circa nei primi anni '80 affronta brevemente la morte del padre e la giovinezza di Elia; l'ultima parte recitata direttamente dal regista, è girata ai giorni nostri ed è lo sguaro più personale ed intimo del regista sulla situazione palestinese.

Il film non è mai banale e non ha bisogno di grandi dialoghi o di scene toccanti, Suleiman riesce a far parlare la sua opera in un modo tipicamente cinematografico, attraverso suoni, rumori, silenzi, colori ed inquadrature perfette: è questo il forte carattere del film che, se da un lato lo rende molto impegnativo alla visione, dall'altro lo rende un'opera che parla senza parole e che riesce a trasmettere una dimensione a cui difficilmente si pensa in questi casi, ovvero l'intimità della sofferenza quotidiana.

Ci sono solo un paio di scene esplicite di scontri tra le milizie Israeliane e la resistenza palestinese, ma, con lo sguardo ormai morto ed assente di Elia, bastano a trasmettere il dolore e la violenza che sono entrati con prepotenza nella vita di un popolo oppresso; è dallo stesso sguardo del protagonista, che, ora guarda un ragazzo che conversa distrattamente al telefono con un suo amico e lo invita ad uscire la sera per andare in discoteca mentre il cannone di un carroarmato lo segue, ora osserva nel cortile dell'ospedale un'umanità sempre più occidentalizzata e decadente, che comprendiamo quanto sia inutile uccidersi a vicenda mentre la nostra vita scorre inesorabilmente ed è sempre meno il tempo che ci rimane.

Voto finale: 8,5/10

02 giugno 2014

Recensione Birra #13 - Macchiaiola

Nome birra: Macchiaiola
Birrificio: Birra Amiata
Tipologia: Italian Pale Ale
Nazione: Italia
Gradazione alcolica: 7,4 %
Tipo di fermentazione: Bassa

Esame Visivo: La Macchiaiola si presenta discretamente alla vista: poca schiuma e nebbiosa, color sabbia con sfumature arancioni, nè troppo torbida nè troppo limpida con un po' di lievito in sospensione, da vera birra artigianali non filtrata.  Voto: 3/5

Esame Olfattivo: Questa toscana all'olfatto si mantiene bassa, ma con personalità: odori di luppoli e grani ben bilanciati, con una punta di odori d'erbe... Ma il miele non si sente. Voto: 3/5

Esame Gustativo: Al palato purtroppo delude: la birra ha poco corpo ed al sapore dei malti non è dato il giusto spazio. La bevuta è resa un po' secca ed astringente dal sapore del miele, che insieme ai luppoli, contribuisce ad un amaro che, da una parte elimina ogni persistenza gustativa indesiderata, dall'altro stronca la bevuta in modo non troppo piacevole. Voto: 2/5

Birra che da sicuramente il massimo con i giusti abbinamenti gastronomici (risotti, formaggi), ma che comunque non riesce a distinguersi da tante altre... Insomma, una birra che fa il suo mestiere, ma non la si ama, al massimo le si vuole bene...
Voto Finale: 6.5/10

09 marzo 2014

Film: Her - Spike Jonze

Her - Lei
di Spike Jonze
USA - 2013
Melodramma, Fantascienza

La trama è semplice, a 10 anni circa da oggi: lui non comunica più con lei, eppure si conoscono da una vita, sono sposati, ma il loro matrimonio entra ugualmente in crisi e porta i due ad una separazione che li condurrà a firmare le carte del divorzio, nel frattempo, lui prova a consolarsi con altre donne, e trova un'altra Lei di cui si innamora e con cui prova a ricominciare da capo.
Lui (Joaquin Phoenix) è Theodore Twombly, il protagonista della nostra storia, che ci viene presentato come un uomo qualunque, solo, introverso, impacciato, alle prese con il dolore procuratogli dalla fine del matrimonio in cui aveva creduto: un uomo che sa ritrovare se stesso solo dedicandosi al lavoro e ai videogiochi.

Ecco, la storia è fondamentalmente questa, allora perché l'etichetta "fantascienza"? Era più d'obbligo che altro, poiché l'elemento fantascientifico che spezza la banalità dello script è che il nostro Theodore si innamora di un Sistema Operativo dall'Intelligente Artificiale avanzata (è programmato  per assimilare esperienze e su queste far progredire la propria personalità autocosciente). DIAMINE! MA COME CI SI PUO' INNAMORARE DI UN OS? DI UN ROBOT? Bella domanda, ma inutile.

Veniamo alla recensione vera e propria, se a qualcuno va di leggerla.

1. Fenomenologia dell'amore
Her, come avete capito, è un film in prima approssimazione sull'amore e sulle relazioni inter-personali, ma sopratutto intra-personali, il che lo rende un film sulla fenomenologia dei sentimenti:
non vi ho ancora detto quale è il lavoro di Theodore perchè secondo me è la chiave di volta per leggere il film in modo più complesso e meno melodrammatico... Theodore Twombly scrive per un'agenzia lettere, principalmente d'amore, di altri per altri! E a lui piace! La caratteristica distintiva di questo protagonista quasi inutile è la sua profondissima empatia: in un mondo di persone alienate da dispositivi di comunicazione a distanza con una tecnologia poco più avanzata di quella dei nostri smartphone, lui si diverte ad immedesimarsi in sconosciuti e ad esplorare da lontano i loro mondi privati.
Ora, Theodore scrive lettere d'amore commoventi per sconosciuti: questo elemento sottolinea la replicabilità dei sentimenti, il fatto sconcertante che, per quanto possa ogni sentimento sembrare unico e privato, c'è una dimensione pubblica dei sentimenti che li rende semplice materia da lavoro. Eppure anche il nostro protagonista vive intimamente dolore, gioia, rabbia, paura, lui che tanto è abituato a simulare le emozioni non riesce a viversi "da fuori" come fa con i suoi clienti.
Her diventa così un manifesto ben riuscito di quella che potrei chiamare arte fenomenologica, ovvero il tentativo di trasmettere emotivamente l'irriducibilità dell'essenza del vissuto privato: come Theodore scrive, da professionista della scrittura, lettere in grado di emozionare, Spike Jonze gira un film, da professionista del cinema,  in grado di commuovere.

2.Dissoluzione delle relazioni umane
Ho apprezzato molto la bravura di Jonze nel guardare alle vicende del protagonista e di quell'umanità descritta nel film senza moralismo, ma con una certa simpatia tipica di chi riconosce di essere nella stessa situazione dei propri personaggi.
E' infatti facile prendere le distanze da un amore per un'intelligenza artificiale, o prendere le distanze da quelle masse alienate nei loro smarphone che appaiono nelle poche scene girate all'esterno e che, pur muovendosi insieme copiose, sono composte da persone che neanche si guardano! E' facile dire"guardate, fra qualche anno saremo così e la tecnologia ci porterà sempre più in basso", è facile, ma a Spike Jonze non interessa, perché il mondo descritto in "Her" è lo stesso del pubblico cui è diretto, fatto di una liquidità sconcertate, ma pur sempre reale ed in fieri, costruito di processi che in fondo amiamo, come il bloccare e/o cancellare chi ci è antipatico con un click, chiudere gli altri fuori dalle nostre vite spegnendo il telefono, scambiare una enorme quantità di informazioni contemporaneamente che però perdono di qualità, passare il tempo con surrogati di sesso virtuali nelle chat erotiche, ecc. ecc... Sì, ma ci piace, funziona e va avanti: Her non si pone all'esterno di questo mondo per giudicarlo, ma ne è ingenuamente un prodotto, che forse ci lascia pensare alle negatività del nuovo cyber-mondo proprio perché quando ci sediamo a vedere il film, siamo spettatori.

3.Problematicità ontologica del virtuale
Non voglio qui fare l'esegesi degli interessanti lavori di Pierre Lèvy, né fare un accenno al complesso dibattito filosofico (e scientifico) sulla complessità del "vero reale" ai tempo della virtualità e della realtà avanzata, ma il film sfiora questo argomento in modo delicato e ne farò un accenno contestualmente.
Ci si puo' innamorare di un surrogato umano come lo è Samantha, il sistema operativo di cui si innamora Theodore? L'amore umano è solo sessualità e si nutre, di conseguenza, solo di fisicità? Cosa è davvero fisico quando un OS puo' dirsi vivo supportato da un hardware come lo è il nostro corpo? Siamo in grado di dire che qualcosa "vive" solo perché ha un corpo biologico standard? E perché un sistema operativo che si nutre di esperienza come noi e cresce, dovrebbe essere meno vivo di un cane con cui non possiamo neanche intavolare una discussione interessante?
Queste domande fanno da cornice all'esenza del film di cui si è parlato al punto 1, e credo lo arricchiscano notevolmente, non mi spingo oltre, neanche il film lo fa.

4.Il linguaggio come marchio dell'umano
Anche questo è un punto che il film sfiora e che è imparentato con il punto 2, perciò ne accenno brevemente pur meritando la cosa una trattazione particolareggiata.
L'intensa relazione tra Theodore e Samantha è vincolata al linguaggio e alla capacità di parlare, e, se Theodore fosse stato muto o l'OS avesse parlato solo per immagini e senza una suadente voce femminile (Scarlett Johanssonn, mica robetta!), la loro relazione non sarebbe mai nata.
Ora, possiamo vederla in due modi: o ci interroghiamo su come sia facile ingannare un essere umano che per natura tende a riconoscere come suo simile un altro essere (in senso molto lato) che disponga della capacità del linguaggio e quindi proietta su questo essere l'intimità irriducibile che ognuno di noi ha (l'innammorarsi, il provare rabbia, noia, ecc.), o ci interroghiamo, meno filosoficamente e più socialmente, sulle relazioni umane 2.0 al tempo della messaggeria istantanea e della smaterializzazione dell'altro e qui vi rimando al punto 2.
Non credo comunque si possano affrontare le due questioni separatamente in modo produttivo.

5.Conclusioni
Ce ne sarebbero di cose da dire, ma questo è essenzialmente un film d'amore e come tale dobbiamo poi valutarlo se vogliamo giudicare un prodotto che mira ad essere "arte" in senso lato.

-Recitazione: Jaquine Phoenix è davvero in gamba, regge due ore di film con una telecamera quasi sempre puntata in faccia (ricordo qui "La vita di Adele") e crea una storia d'amore in solitaria, recitando con una partner (Scarlett Johanssonn, ricordiamolo) la cui presenza scenica è garantita solo dalla voce... E che voce! Consiglio di guardarlo in originale perché anche la performance di Scarlett merita.
Gli altri attori sono sottotono, ma comprensibile data la loro particina.
-Comparto tecnico: il film strizza gli occhi al recente mondo hipster con: costumi (sono loro), colori della pellicola (molto digitali ed in stile videoclip), inquadrature e montaggio (sempre in stile videoclip) e colonna sonora (piena degli Arcade Fire, tanto per citare un gruppo), ciononostante la cosa non turba, perché rende credibile l'ambiente del film, settorializza il pubblico e cala il prodotto in un clima ben definito.
-Regia e sceneggiatura: entrambe affidate a Spike Jonze, il film ha vinto l'ominonudodoro per la miglior sceneggiatura... Non credo sia meritata, ma sicuramente è l'oscar più meritato tra quelli assegnati (oltre qualche indubbio riconoscimento tecnico a Gravity). Il soggetto non è nulla di originale, ma ha degli spunti interessantissimi come spero di aver fatto notare, ed è ben sviluppato, riuscendo a reggere, grazie al supporto della regia, due ore di film senza cedimenti, anche se forse poteva durare meno.


Insomma, un gioiellino che colpisce emotivamente e da, volontariamente o no, spunti di riflessione che hanno la loro notevole profondità, Her è uno dei migliori melodrammi che abbia mai visto.

Voto finale: 8/10

07 marzo 2014

Recensione Birra #12: Classic Export


Dopo un breve, ma lungo per desiderio, periodo di assenza, torno a recensire birre artigianali (e dintorni) per arricchire questa sezione, in attesa della sezione "birre proletarie": ora sono un fuorisede, quindi non posso permettermi il tenore birraio precedente e sono, un poco costretto un poco no, ad aprire una sezione dedicata a recensioni che potranno avere una qualche utilità sociale.
Avete notato, insomma, che per quanto dettagliate queste recensioni di birre artigianali, mancano di un importante parametro: il rapporto qualità prezzo... Non credo che lo inserirò mai qui, non voglio scoraggiarvi/scoraggiarmi ed avere un indicatore costante dei soldi investiti (proprio nel senso di spappolati sull'asfalto) in birre.
In ogni caso...

Nome birra: Weißenoher Classic Export - Birra biologica
Birrificio: Klosterbrauerei-weissenohe
Tipologia: Helles Bier
Nazione: Germania
Gradazione alcolica: 4,9 %
Tipo di fermentazione: Bassa

Esame Visivo: La Classic Export (che brutto nome però) alla vista si presenta come dovrebbe presentarsi una tedesca in vacanza: bionda, ma non troppo, limpida, ma non troppo e con una tipica schiuma pannosa, ma non a lungo. Bollicine? Dipende dall'illuminazione. Voto: 3/5

Esame Olfattivo: E' fondamentalmente una lager con qualcosa in più: più luppoli, ma buoni luppoli, che all'olfatto offrono quella presenza erbosa un po' astringente, ma piena che caratterizza una buona lagerbier da una inutile. Voto: 3/5

Esame Gustativo: Continuiamo con la buona medietas... Molti forse non apprezzeranno il carattere deciso della luppolatura in questa birra, e partendo da aspettative diverse per una tedesca, si immaginano l'amaro leggero e piacevole di una lager: invece il gusto è molto vicino a quello di una Pale Ale, un po' più frizzante ed equilibrata sui malti di buona qualità (come i luppoli), sarà che sono prodotti biologicamente controllati. Voto: 3/5

Birra piacevolmente normale, nient'altro da aggiungere: se siete professori di biologia o salutisti o individui ragionevolmente spaventati per l'inquinamento moderno o credete nei controlli incrociati, ed avete voglia di una tedesca abbastanza amara e non impegnativa, questa è la vostra birra.

Voto Finale: 7/10