9 giugno 2015

Recensione Birra #20 - Très Jolie

Nome birra: Très Jolie
Birrificio: Brasserie du Bocq
Tipologia:  Belgian Blonde Ale
Nazione: Belgio
Gradazione alcolica: 6,0 % 
Tipo di fermentazione: Alta


 
La Très Jolie la si può trovare tranquillamente in ipermercati e altri magazzini (però sul sito della Brasserie du Bocq non l'o trovata (?)), con quella sua etichetta pastorale è una di quelle birre che rimane alla memoria come un piacevole ed anonimo pomeriggio di un'estate passata.

A vederla è quasi la perfezione: schiuma bianca, pannosa e cremosa che muore lentamente sulle pareti interne del bicchiere; dorata/ambrata e leggermente torbida, ma non abbastanza da offuscare la vista delle  bollicine vivaci e del paesaggio oltre il bicchiere. Vista: 4/5


Un profumo senza pretese, ma perfettamente bilanciato tra i luppoli, i malti ed una cornice agrumata dovuto non so se agli esteri del lievito o ad una precisa aggiunta in fase di produzione. Olfatto: 3/5

E qui si spegne in un riposino estivo questo pomeriggio soleggiato: la bevuta è piacevole sotto tanti punti di vista, ma dopo aver gustato la leggera frizzantezza che elimina definitivamente ogni nota alcolica, il sapore intenso, ma non devastante dei malti che donano alla birra un corpo rotondo e pieno, ed il timido amaro di luppoli umili, della nostra Jolie resta un ricordo dissetante, ma già lontano. Gusto: 3/5


 La Très Jolie è una birra onesta, si lascia accostare con ogni cibo proprio per l'assenza di caratteri dominanti o particolari e la tendenza a dissetare senza pretese durante i pasti: se la trovate ad un buon prezzo, fatela vostra e poi dimenticatela.


Très Jolie: 7/10 

18 aprile 2015

Recensione birra #19 - Tripel Karmeliet, un classico

Nome birra: Tripel Karmeliet
Birrificio: Bosteels Brewery
Tipologia:  Tripel Belga 
Nazione: Belgio 
Gradazione alcolica: 8,4 % 
Tipo di fermentazione: Alta



Ho deciso che non mi dilungherò in descrizione tecniche e finezze di vario genere quando si tratta di classiconi come questi.
La Tripel Karmeliet! Un classicone dal 1996, dicevamo: il modello perfetto del suo genere, tre malti che hanno trovato la loro alchimia in questo nettare ormai cristallizzato dall'esperienza dei mastri birrai belgi che si sono ispirati alla ricetta del 1679 dei Carmelitani (ma lasciamo questa cosa nella leggenda). 
Dorata e tendenzialmente opaca, timide bollicine la separano dalla sua corona di schiuma pannosa e persistente; al naso è come te la aspetti, non esageratamente elaborata, prevale l'aroma dei malti e del luppolo con note di vaniglia e -mi è sembrato- mela, ma tutto passa in secondo piano quando la si beve e si gusta questa birra "maschia" (lo so, perdonatemi il sessismo) che non ha bisogno di grande attenzione per essere goduta, perché la gradevole frizzantezza che accompagna la bevuta e trasporta l'intenso gusto dei malti che viene spolverato da una nota acidula agrumata e ripulito da luppoli usati prevalentemente per asciugare la bocca nel modo tipicamente belga, non richiede palati allenati per essere apprezzata.
Tutti hanno detto qualcosa su questa birra, perciò, se non l'avete bevuta fatelo, che fortunatamente si trova un po' ovunque, anche alla spina.

Voto finale: 8.5/10

2 febbraio 2015

Recensione film: Save the Green Planet!

Save the Green Planet! / Jigureul Jikyeora!
di Jang Joon-Hwan 
Corea del Sud - 2003
Crossover, Drammatico


La Corea del Sud è quel luogo dove si incontra l'Occidente più capitalista con l'Oriente più tradizionale, dove vengono sfornate continuamente piccoli gioiellini cinematografici: non è la Cina con le sue ampie difese culturali e retroterra storici posti a bastione di difesa dell'identità di un popolo oppure il Giappone lanciato nel capitalismo più sfrenato in un modo tutto suo...
Chi mastica un po' la cinematografia coreana sa che di solito da quei film ne esce una Corea sempre dilaniata, in cui duri gangster in abiti americani, finiscono per seguire fino alla morte un'onore ed una morale del tutto estranea alla mentalità Occidentale cui sembrano esteticamente appartenere, oppure in cui individui soli e disperati vengono condotti alla follia da una società darwinista in cui chi rimane indietro è finito.

Save The Green Planet! ha ormai la sua decina d'anni, ma condensa tutti questi aspetti dentro una camicia a toppe, composta da pezzi provenienti da ogni angolo cinematografico, cuciniti insieme in modo eccentrico, stilisticamente non perfetto, ma adatti all'indossatore.

Su-ni, una donna di cuore, decisamente.
Lee Byeong-gu (Shin Ha-kyun), il protagonista del film è un ragazzo solo e disperato, un reietto della società, figlio di un minatore, morto in miniera, e di una madre tenuta in vita dalle macchine, a causa dell'avvelenamento sul lavoro, che isolato in un contesto di vita alienante, per sopravvivere crea il suo mondo al limite tra la follia cosciente e l'eroismo deviato, che lo porterà attraverso una vendetta catartica e... Basta, in realtà detta così la storia è lineare, e di solito i film coreani hanno una storia linea, quindi non vado oltre.

Save the Green Planet! racchiude un po' tutte le caratteristiche del moderno cinema coreano, dotato di ironia macabra, splatter ed esplosioni di sentimenti, che sicuramente il pubblico occidentale più mainstream abituato alla coerenza stilistica, emotiva e contenutistica dei nostri film farà storcere il naso, ma qui Jang Joon-Hwan, il regista, si appropria di canoni estetici che hanno fatto la fortuna di registi come Quentin Tarantino e gli da nuova linfa vitale, facendo attraversare al film generi come il noir, lo sci-fi, il melodramma e la commedia, per farci entrate in modo completo nella testa di un individuo che non può semplicemente essere condannato o giustificato, ma a cui vanno le simpatie dello spettatore e del regista, che spezza una lancia a favore di Lee Byeong-gu nel finale fantascientifico del film.



Save The Green Planet! scontato forse nell'intreccio generale, ma ricco di colpi di scena e di pathos nei momenti e nei modi più inaspettati, è un altro piccolo gioiellino del cinema coreano, che regala citazioni (2001 odissea nello spazio e They Live su tutti) senza mai essere scontato o peccare di superiorità, proponendoci una prospettiva nuova e interessante sul modo di fare cinema che noi
occidentali abbiamo cresciuto e poi abbandonato a se stesso.

18 dicembre 2014

Recensione birra #18 - Jana

Nome birra: Jana
Birrificio: Birra Bellazzi
Tipologia: Saison
Nazione: Italia
Gradazione alcolica: 5.5%
Tipo di fermentazione: Alta 


Esame Visivo:  La foto non inganna, la nostra Jana è dorata con una corona di schiuma pannosa e abbastanza persistente con la torbidezza tipica di una vera saison artigianale. Voto: 4/5

Esame Olfattivo: Jana all'olfatto è minimale, cosa che adoro concettualmente, ma che stona con una saison che dovrebbe ammaliare con la sua speziatura. In questa birra la speziatura è data da due protagonisti: il lievito e la pompia (un tipico agrume sardo che non conoscevo), che avrei però preferito più spinti... L'aroma fruttato (quasi di pera) e acidulo-agrumoso si spegne nel momento stesso in cui raggiunge le narici.  Voto: 3/5

Esame Gustativo: Dovrei dire qui la stessa cosa detta sopra, ovvero che Jana non è la solita saison ed ha una particolare tendenza al minimale, ma devo ammettere che se all'olfatto non mi ha convinto, al gusto mi ha conquistato.
La bevuta inizia con una piacevole frizzantezza e si chiude con una secchezza che asciuga la bocca ed invita ad un'altra bevuta... ma in mezzo cosa c'è? Una delicatissima bevuta, dovuta probabilmente all'utilizzo di malto di segale e a luppoli non invadenti, lasciati solo a cornice di quell'acidulo agrumato dovuto alla pompìa.  Voto: 4/5




Questa bolognese, in realtà prodotta a Piacenza, è stata una bella sorpresa e ve la consiglio caldamente d'estate, data la sua natura ibrida che la pone idealmente tra una blanche ed una saison: è dissetante e non scontata, raffinata, ma "rustica" (come la definiscono sul sito del birrificio)... Sicuramente il tempo la migliorerà.

Voto Finale: 8/10