20 ottobre 2014

Film: The act of killing - Joshua Oppenheimer

The act of killing
di Joshua Oppenheimer
Norvegia, Danimarca, Regno Unito - 2012
Documentario

L'atto di uccidere o La recita dell'uccidere o, con una traduzione più libera che preferisco, La messinscena del massacro: tutti questi titoli calzano ugualmente a pennello a questo documentario di Joshua Oppenheimer, giovane regista texano (e chi lo direbbe mai guardano il film!) che prima di "The act of killing" era praticamente sconosciuto al grande pubblico, ma che dopo la candidatura all'oscar di questo suo documentario (ed tanti premi in giro per l'europa tra cui ricordo quello vinto al nostrano Biografilm Festival bolognese) si è fatto prepotentemente conoscere a livello internazionale (e recentemento ha realizzato un altro documentario sullo stesso tema del documentario qui trattato, col titolo "The look of Silence"); tornando a noi, cos'è questo documentario dal titolo così pretenzioso?

Partiamo subito dal fatto col dire che è uno dei documentari (del genere) più belli degli ultimi anni e che la complessità dell'opera è data fondamentalmente da due livelli paralleli che il film attravaresa, ma non con la stessa intensità, e lancia contro lo spettatore: quello individuale e quello collettivo/storico.

Vorrei iniziare con il livello che definisco individuale per giungere infine a quello storico, anche perché tutte le altre recensioni che ho letto sul web fanno esattamente il contrario.


Questo qui di lato è Anwar Congo, il protagonista del documentario,  che sembrerebbe un adorabile nonnino con l'aspetto di Mandela con i suoi due nipotini, se non fosse quel che resta di uno spietato assassino attivo negli anni '65-'66, il 41esimo trovato da Oppenheimer ed a quanto pare, il più ansioso di tutti di raccontare la sua storia.
Anwar non nasce come uno spietato assassino al soldo del miglior offerente, lui è il solito gangster dedito al bagarinaggio davanti ai cinema locali che importano da Hollywood (dice lui) e a qualche estorsione occasionale (deduciamo noi), e quando gli si presenta l'occasione giusta per arricchirsi e vivere quella vita da ricco gangster hollywoodiamo  che spesso vede nei cinema (Al Pacino è il suo preferito, dice Anwar), lui, imitando i suoi beniamini, la sfrutta.
Quale è questa occasione?
Un attimo, dobbiamo introdurre un altro personaggio.

Questo qui è Herman Koto, decisamente più buffo e più giovane di Anwar, eppure i loro destini si sono incrociati neel 1965, perché anche lui, come tanti altri (alcuni dei quali conoscerete nel documentario), ha sfruttato la stessa occasione che gli si è presentata nel '65, cambiando per sempre la sua vita... In meglio direi, visto che ora vive una vita agiata ed occupa un posto di rilevo nell'organizzazione paramilitare Pancasila Youth.

Perché definirli assassini se sembrano dei simpatici tipi (in piena libertà)? E quale è stata quest'occasione che ha cambiato loro la vita? 

Credo che queste siano le due domande che più di tutte assillano lo spettatore che guarda "The act of killing" per la prima volta, nonostante le risposte siano date subito nel film:  la genialità artistica di quest'opera, infatti, non sta tanto nello spremere queste due domande fino al raggiungimento di una illuminante risposta, ma sta proprio nell'estrema evidenza delle risposte di cui lo spettatore non si capacita fino alla fine.

Anwar Congo ed Herman Koto sono effettivamente due personaggi teatrali, simpatici e grotteschi, ma sono allo stesso tempo dei boia che hanno torturato ed ucciso centinaia di persone solo per soldi, entrambi hanno la sfrontatezza dei vincitori che l'hanno fatta franca, sono tanto sfrontatti da essere ingenuamente attirati da un regista americano che vuole filmarli "per raccontare i fatti dell'Indonesia tra il 1965-66" e cadere in una vera e propria trappola "artistica" che li metterà alla prova nella loro sfacciataggine, attraverso un passato che essi stessi riesumeranno con apparente fierezza.
Joshua Oppenheimer scruta, a loro insaputa, l'animo di questi assassini che si sentono giustificati dalla storia, che si sentono dal "lato giusto", tanto giusto da potersi permettere di raccontare i modi in cui torturavano ed ammazzavano la gente con il tono di chi sta raccontando la buona novella

The Act of Killing è un film denso e magistrale nel lasciar spazio allo spettatore di formarsi piano piano una coscienza sui fatti che gli si stagliano davanti lentamente, fatti così crudeli e difficili da digerire che solo una volta giunti ai titoli di coda si possono coscientemente metabolizzare; questo è lo spettatore occidentale, sono io che non conoscevo gli eventi narrati prima di aver visto il documentario, sei molto probabilmente tu che stai leggendo, siamo noi che ci dimentichiamo gli avvenimenti dell'Indonesia del '65, e abbiamo la presunzione di avere l'unica idea possibile di Storia, quella storia in cui se si dice Manhattan 2001 tutti ricordiamo qualcosa, mentre se non si dice chiaramente di cosa stiamo parlando -perché no, non ho ancora risposto alla seconda domanda- pur avendo fatto molti accenni, Indonesia 1965-66 non ci dice niente.

Quale è stata l'occasione che ha cambiato  la vita di Anwar Congo ed Herman Koto?

Se ci fermiamo alla "banalità del male" che Anwar ed Herman rappresentano, credo che non si sia fatto il passaggio dall'individuale al collettivo di cui parlavo, e, ora posso dirlo, il passaggio che non è perfettamente riuscito al regista: non sono ben sicuro se il buon texano avesse la volontà o la capacità di fare esplicitamente questo cambio di prospettiva in cui dalle colpe individuali degli assassini si passa alle colpe più storicamente importanti e dimenticate dei mandanti, ma nel film ci sono tutte le premesse necessarie affinché il nostro sguardo attraversi gli orrori commessi da Herman ed Anwar e giunga ad una consapevolezza maggiore sulla messinscena del massacro.

Voto Finale: 9/10


Cosa diamine è successo in Indonesia nel 1965?

I boia eseguono solo un ordine, l'ordine in questo caso era l'annientamento di militanti e simpatizzanti del PKI (partito comunista indonesiano, il terzo con più iscritti al tempo, dopo quello Russo e Cinese) o presunti tali (tra cui la minoranza cinese in indonesia), dato che dopo l'elezione a presidente di Sukarno, la cui politica mescolava elementi nazionalisti ad elementi socialisti più una simpatia per il PKI ed un esplicito anti-imperialismo, la paura che scoppiasse una rivoluzione comunsita in un paese popoloso e geograficamente strategico come l'Indonesia era troppo elevata perché gli Stati Uniti (ma sono coinvolti direttamente il Regno Unito ed in misura minore altri paesi europei tra cui l'Italia) non intervenissero, così si usò l'uccisione di alcuni ufficiali dell'esercito Indonesiano come casus belli per un colpo di stato militare che avrebbe portato al potere il generale Suharto e l'inizio di una pulizia etnico/politica che procurò la morte di un numero di persone tutt'oggi da confermare che oscilla a seconda delle stime tra un minimo di 500.000 ad un massimo di 3 milioni.



Per approfondire l'argomento:
1.
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02 settembre 2014

Recensione Birra #16 - Elch-Bräu Dunkel

Nome birra: Elch-Bräu Dunkel
Birrificio: Elch-Bräu Thuisbrunner
Tipologia: Dunkel
Nazione: Germania
Gradazione alcolica: 4,9 %
Tipo di fermentazione: Bassa  


Esame Visivo: Bella e inaspettata lei: una vera Lagerina scura, con i riflessi ambrati laterali, più scura al centro, trasparente al punto giusto (hanno fatto i passaggi necessari per arginare il lievito al misterioso microbirrificio dell'Alce), la schiuma persistente, cremosa ed anche lei un pochino tendende al nocciola. Voto: 4/5



Esame Olfattivo: Qui mi cade. Okay, è pur sempre una birra a bassa fermentazione, ma non posso infilare il naso dentro la schiuma per sentire un po' di note floreali e luppolate.. I malti tostati però si sentono forti, solo loro: decisamente sbilanciata all'olfatto.
Voto: 2/5

Esame Gustativo: Onesta e quasi deliziosa sui pasti. E' proprio una birra da pasto tedesca: al gusto quindi è equilibrata, tendenzialmente dolce, all'inizio si sentono tutti i malti, tostati e non, poi la bocca viene "lavata" dai luppoli che trascinano con sé un leggerissimo aroma fruttato dato dagli esteri del lievito saggiamente tenuto a bada. Unica nota negativa, ma pesante, è l'eccessiva leggerezza del corpo centrale, che potrebbe andare bene per una chiara, ma per una Dunkel non ha davvero senso... Voto: 3/5

Birra trovata per caso in una trattoria durante la pausa pranzo di una passeggiata presso Pietrabbondante, adorabile paesino dell'Alto Molise dove si trova un caratteristico teatro di età Sannitica in un'area arcologica poco conosciuta.
La birra ha piacevolmente accompagnato un ottimo pasto a base di cinghiale e credo che la Dunkel della Elch-Bräu riesca a servire ottimamente questo scopo: considerando anche il buon rapporto qualità-prezzo per una onesta artigianale tedesca, sono davvero contento di averla bevuto nel posto giusto al momento giusto.
No, non mi hanno pagato per fare pubblicità a Pietrabbondante, ma è uno di quei posti davvero carini della mia regione e non posso non approfittarne per fare un minimo di "pubblicità".
 
Voto Finale: 7/10

17 agosto 2014

Recensione Birra #15 - Birra Perugia Chocolate Porter

Nome birra: Birra Perugia
Birrificio: Fabbrica della Birra Perugia
Tipologia: Chocolate Porter
Nazione: Italia
Gradazione alcolica: 5,0 %
Tipo di fermentazione: Alta


Esame Visivo: Sobria, nei canoni: color ebano, schiuma poco persistente color nocciola... Però c'è una nota positiva inaspettata: BOLLICINE! Voto: 4/5

Esame Olfattivo: Non male davvero! Mi aspettavo un po' di più sinceramente, ma se il leggero aroma di cacao e malti tostati (assenti a mio parere gli aromi di luppoli [Northern Brewer e Fuggle], ARGH!) non stupisce, sicuramente invita alla bevuta. Voto: 3/5

Esame Gustativo: Onesta e soprattutto dissetante (non proprio comune per una chocolate porter). La birra è carbonata al punto giusto, si sentono i malti Vienna e Chocolate all'impatto e la bevuta è asciugata da aromi di cioccolato belga che lasciano un buon sapore in bocca ed un buon umore in petto. L'unica nota negativa che debbo far notare è il corpo forse un po' troppo leggero, dovuto probabilmente ad un dosaggio non troppo saggio dei fiocchi d'avena. Voto: 3/5

Questa birra mi è stata regalata per caso da una persona a me molto cara e debbo dire che è stata una bella sorpresa, anche perché non mi aspettavo che una chocolate porter potesse essere adatta a questo clima infernale d'Agosto!
La città di Perugia è famosa per il cioccolato e la sua festa, e questa birra è un buon omaggio a quella tradizione: da notare anche il carattere sobrio e vintage del design della bottiglia, che vuole essere un omaggio al vecchio birrificio del 1875 poi chiuso negli anni '20.
Voto Finale: 7.5/10

08 agosto 2014

Recensione Birra #14 - Kujo

Questa mi ha davvero soddisfatto.

Nome birra: Kujo
Birrificio: Flying Dog
Tipologia: Imperial Coffee Stout
Nazione: Stati Uniti
Gradazione alcolica: 8,9 %
Tipo di fermentazione: Alta


Esame Visivo: Diamine, se la schiuma fosse rimasta un po' di più sarebbe stata perfetta, ma... Ci è andata vicino, ha mantenuto gli standard del genere (appunto la schiuma poco persistente) senza strafare: colore petrolio, schiuma pannosa e color nocciola, una vera signora Stout. Voto: 4/5

Esame Olfattivo: Qui davvero ringrazio di aver un olfatto ancora funzionante nonostante raffreddori ed allergie perenni che mi ostruiscono il naso: un aroma di caffè e malti tostati mi ha avvolto ed invitato alla bevuta, lasciando spazio addirittura per un'ultima nota olfattiva di luppoli...! Voto: 5/5

Esame Gustativo:  Wah! Piena, con un corpo presente, ma non invadente, arrotondato da quel gusto di caffè ben amalgamato con i malti tostati, che non esagerano nella presenza (cosa difficile per una stout), con un amaro luppolato che "asciuga" e nasconda il grado alcolico non indifferente: semplice, ma efficace.  Voto 4/5

La Flying Dog è uno dei birrifici americani più simpatici che conosca, con quel design accattivate e diverso per ogni bottiglia grazie ai disegni di Ralph Steadman (che in cambio di scorte infinite di birra si è offerto di disegnare le grafiche per le birre della Flying Dog), merita di essere conosciuto per bene dai birrofili.
   Questa Kujo è una birra da amare, bere e studiare, perchè è un perfetto esempio di Stout con personalità, ma con rispetto per la tradizione... e soprattutto come fate a dire di no a Lui ?

Voto Finale: 8.5/10