09 marzo 2014

Film: Her - Spike Jonze

Her - Lei
di Spike Jonze
USA - 2013
Melodramma, Fantascienza

La trama è semplice, a 10 anni circa da oggi: lui non comunica più con lei, eppure si conoscono da una vita, sono sposati, ma il loro matrimonio entra ugualmente in crisi e porta i due ad una separazione che li condurrà a firmare le carte del divorzio, nel frattempo, lui prova a consolarsi con altre donne, e trova un'altra Lei di cui si innamora e con cui prova a ricominciare da capo.
Lui (Joaquin Phoenix) è Theodore Twombly, il protagonista della nostra storia, che ci viene presentato come un uomo qualunque, solo, introverso, impacciato, alle prese con il dolore procuratogli dalla fine del matrimonio in cui aveva creduto: un uomo che sa ritrovare se stesso solo dedicandosi al lavoro e ai videogiochi.

Ecco, la storia è fondamentalmente questa, allora perché l'etichetta "fantascienza"? Era più d'obbligo che altro, poiché l'elemento fantascientifico che spezza la banalità dello script è che il nostro Theodore si innamora di un Sistema Operativo dall'Intelligente Artificiale avanzata (è programmato  per assimilare esperienze e su queste far progredire la propria personalità autocosciente). DIAMINE! MA COME CI SI PUO' INNAMORARE DI UN OS? DI UN ROBOT? Bella domanda, ma inutile.

Veniamo alla recensione vera e propria, se a qualcuno va di leggerla.

1. Fenomenologia dell'amore
Her, come avete capito, è un film in prima approssimazione sull'amore e sulle relazioni inter-personali, ma sopratutto intra-personali, il che lo rende un film sulla fenomenologia dei sentimenti:
non vi ho ancora detto quale è il lavoro di Theodore perchè secondo me è la chiave di volta per leggere il film in modo più complesso e meno melodrammatico... Theodore Twombly scrive per un'agenzia lettere, principalmente d'amore, di altri per altri! E a lui piace! La caratteristica distintiva di questo protagonista quasi inutile è la sua profondissima empatia: in un mondo di persone alienate da dispositivi di comunicazione a distanza con una tecnologia poco più avanzata di quella dei nostri smartphone, lui si diverte ad immedesimarsi in sconosciuti e ad esplorare da lontano i loro mondi privati.
Ora, Theodore scrive lettere d'amore commoventi per sconosciuti: questo elemento sottolinea la replicabilità dei sentimenti, il fatto sconcertante che, per quanto possa ogni sentimento sembrare unico e privato, c'è una dimensione pubblica dei sentimenti che li rende semplice materia da lavoro. Eppure anche il nostro protagonista vive intimamente dolore, gioia, rabbia, paura, lui che tanto è abituato a simulare le emozioni non riesce a viversi "da fuori" come fa con i suoi clienti.
Her diventa così un manifesto ben riuscito di quella che potrei chiamare arte fenomenologica, ovvero il tentativo di trasmettere emotivamente l'irriducibilità dell'essenza del vissuto privato: come Theodore scrive, da professionista della scrittura, lettere in grado di emozionare, Spike Jonze gira un film, da professionista del cinema,  in grado di commuovere.

2.Dissoluzione delle relazioni umane
Ho apprezzato molto la bravura di Jonze nel guardare alle vicende del protagonista e di quell'umanità descritta nel film senza moralismo, ma con una certa simpatia tipica di chi riconosce di essere nella stessa situazione dei propri personaggi.
E' infatti facile prendere le distanze da un amore per un'intelligenza artificiale, o prendere le distanze da quelle masse alienate nei loro smarphone che appaiono nelle poche scene girate all'esterno e che, pur muovendosi insieme copiose, sono composte da persone che neanche si guardano! E' facile dire"guardate, fra qualche anno saremo così e la tecnologia ci porterà sempre più in basso", è facile, ma a Spike Jonze non interessa, perché il mondo descritto in "Her" è lo stesso del pubblico cui è diretto, fatto di una liquidità sconcertate, ma pur sempre reale ed in fieri, costruito di processi che in fondo amiamo, come il bloccare e/o cancellare chi ci è antipatico con un click, chiudere gli altri fuori dalle nostre vite spegnendo il telefono, scambiare una enorme quantità di informazioni contemporaneamente che però perdono di qualità, passare il tempo con surrogati di sesso virtuali nelle chat erotiche, ecc. ecc... Sì, ma ci piace, funziona e va avanti: Her non si pone all'esterno di questo mondo per giudicarlo, ma ne è ingenuamente un prodotto, che forse ci lascia pensare alle negatività del nuovo cyber-mondo proprio perché quando ci sediamo a vedere il film, siamo spettatori.

3.Problematicità ontologica del virtuale
Non voglio qui fare l'esegesi degli interessanti lavori di Pierre Lèvy, né fare un accenno al complesso dibattito filosofico (e scientifico) sulla complessità del "vero reale" ai tempo della virtualità e della realtà avanzata, ma il film sfiora questo argomento in modo delicato e ne farò un accenno contestualmente.
Ci si puo' innamorare di un surrogato umano come lo è Samantha, il sistema operativo di cui si innamora Theodore? L'amore umano è solo sessualità e si nutre, di conseguenza, solo di fisicità? Cosa è davvero fisico quando un OS puo' dirsi vivo supportato da un hardware come lo è il nostro corpo? Siamo in grado di dire che qualcosa "vive" solo perché ha un corpo biologico standard? E perché un sistema operativo che si nutre di esperienza come noi e cresce, dovrebbe essere meno vivo di un cane con cui non possiamo neanche intavolare una discussione interessante?
Queste domande fanno da cornice all'esenza del film di cui si è parlato al punto 1, e credo lo arricchiscano notevolmente, non mi spingo oltre, neanche il film lo fa.

4.Il linguaggio come marchio dell'umano
Anche questo è un punto che il film sfiora e che è imparentato con il punto 2, perciò ne accenno brevemente pur meritando la cosa una trattazione particolareggiata.
L'intensa relazione tra Theodore e Samantha è vincolata al linguaggio e alla capacità di parlare, e, se Theodore fosse stato muto o l'OS avesse parlato solo per immagini e senza una suadente voce femminile (Scarlett Johanssonn, mica robetta!), la loro relazione non sarebbe mai nata.
Ora, possiamo vederla in due modi: o ci interroghiamo su come sia facile ingannare un essere umano che per natura tende a riconoscere come suo simile un altro essere (in senso molto lato) che disponga della capacità del linguaggio e quindi proietta su questo essere l'intimità irriducibile che ognuno di noi ha (l'innammorarsi, il provare rabbia, noia, ecc.), o ci interroghiamo, meno filosoficamente e più socialmente, sulle relazioni umane 2.0 al tempo della messaggeria istantanea e della smaterializzazione dell'altro e qui vi rimando al punto 2.
Non credo comunque si possano affrontare le due questioni separatamente in modo produttivo.

5.Conclusioni
Ce ne sarebbero di cose da dire, ma questo è essenzialmente un film d'amore e come tale dobbiamo poi valutarlo se vogliamo giudicare un prodotto che mira ad essere "arte" in senso lato.

-Recitazione: Jaquine Phoenix è davvero in gamba, regge due ore di film con una telecamera quasi sempre puntata in faccia (ricordo qui "La vita di Adele") e crea una storia d'amore in solitaria, recitando con una partner (Scarlett Johanssonn, ricordiamolo) la cui presenza scenica è garantita solo dalla voce... E che voce! Consiglio di guardarlo in originale perché anche la performance di Scarlett merita.
Gli altri attori sono sottotono, ma comprensibile data la loro particina.
-Comparto tecnico: il film strizza gli occhi al recente mondo hipster con: costumi (sono loro), colori della pellicola (molto digitali ed in stile videoclip), inquadrature e montaggio (sempre in stile videoclip) e colonna sonora (piena degli Arcade Fire, tanto per citare un gruppo), ciononostante la cosa non turba, perché rende credibile l'ambiente del film, settorializza il pubblico e cala il prodotto in un clima ben definito.
-Regia e sceneggiatura: entrambe affidate a Spike Jonze, il film ha vinto l'ominonudodoro per la miglior sceneggiatura... Non credo sia meritata, ma sicuramente è l'oscar più meritato tra quelli assegnati (oltre qualche indubbio riconoscimento tecnico a Gravity). Il soggetto non è nulla di originale, ma ha degli spunti interessantissimi come spero di aver fatto notare, ed è ben sviluppato, riuscendo a reggere, grazie al supporto della regia, due ore di film senza cedimenti, anche se forse poteva durare meno.


Insomma, un gioiellino che colpisce emotivamente e da, volontariamente o no, spunti di riflessione che hanno la loro notevole profondità, Her è uno dei migliori melodrammi che abbia mai visto.

Voto finale: 8/10

07 marzo 2014

Recensione Birra #12: Classic Export


Dopo un breve, ma lungo per desiderio, periodo di assenza, torno a recensire birre artigianali (e dintorni) per arricchire questa sezione, in attesa della sezione "birre proletarie": ora sono un fuorisede, quindi non posso permettermi il tenore birraio precedente e sono, un poco costretto un poco no, ad aprire una sezione dedicata a recensioni che potranno avere una qualche utilità sociale.
Avete notato, insomma, che per quanto dettagliate queste recensioni di birre artigianali, mancano di un importante parametro: il rapporto qualità prezzo... Non credo che lo inserirò mai qui, non voglio scoraggiarvi/scoraggiarmi ed avere un indicatore costante dei soldi investiti (proprio nel senso di spappolati sull'asfalto) in birre.
In ogni caso...

Nome birra: Weißenoher Classic Export - Birra biologica
Birrificio: Klosterbrauerei-weissenohe
Tipologia: Helles Bier
Nazione: Germania
Gradazione alcolica: 4,9 %
Tipo di fermentazione: Bassa

Esame Visivo: La Classic Export (che brutto nome però) alla vista si presenta come dovrebbe presentarsi una tedesca in vacanza: bionda, ma non troppo, limpida, ma non troppo e con una tipica schiuma pannosa, ma non a lungo. Bollicine? Dipende dall'illuminazione. Voto: 3/5

Esame Olfattivo: E' fondamentalmente una lager con qualcosa in più: più luppoli, ma buoni luppoli, che all'olfatto offrono quella presenza erbosa un po' astringente, ma piena che caratterizza una buona lagerbier da una inutile. Voto: 3/5

Esame Gustativo: Continuiamo con la buona medietas... Molti forse non apprezzeranno il carattere deciso della luppolatura in questa birra, e partendo da aspettative diverse per una tedesca, si immaginano l'amaro leggero e piacevole di una lager: invece il gusto è molto vicino a quello di una Pale Ale, un po' più frizzante ed equilibrata sui malti di buona qualità (come i luppoli), sarà che sono prodotti biologicamente controllati. Voto: 3/5

Birra piacevolmente normale, nient'altro da aggiungere: se siete professori di biologia o salutisti o individui ragionevolmente spaventati per l'inquinamento moderno o credete nei controlli incrociati, ed avete voglia di una tedesca abbastanza amara e non impegnativa, questa è la vostra birra.

Voto Finale: 7/10

08 settembre 2013

Recensione Birra #11: 50 Ale

Nome birra: 50 Ale
Birrificio: Birrificio Aosta
Tipologia: Pale Ale Sperimentale
Nazione: Italia
Gradazione alcolica: 5,4 %
Tipo di fermentazione: Alta



Esame Visivo:  La 50 Ale è gialla-dorata, torbida e senza allegre bollicine che percorrono il bicchiere; la schiuma è abbondante, cremosa, persistente, ma fine (se non versata alla giusta temperatura rischia di inondarvi, anche io per fretta, stavo facendo questo errore e lo vedete bene in foto). Un bell'aspetto che ricorda una IPA!   Voto: 3/5

Esame Olfattivo: Questa è una birra fatta per conquistare il vostro naso! Sul sito del birrificio è scritto che annusando questa birra sembrerà di poggiare il naso su un panettone: è abbastanza vero. Il naso viene infatti inondato da aromi d'agrumi che vanno dal mandarino al pompelmo, dalla scorza amara alla polpa dolce, senza che esteri interferiscano e con un leggerissimo sentore erbaceo da luppolo... Non sembra proprio una birra all'olfatto!Voto: 5/5

Esame Gustativo: Pompelmo, si avverte molto pompelmo all'assaggio e la carbonazione che ci si aspetta non c'è, quindi, esagerando un poco, la sensazione è di una frizzante spremuta d'agrumi con un leggero sapore di malto che fa da contorno: ciò puo' essere interessante per chi è curioso di assaggiare birre un po' più spinte, ma la rende squilibrata e pare "manchi qualcosa" per poterla definire una buona birra, ma l'amaro c'è e tanto. Voto: 3/5


La 50 Ale, nata come birra celebrativa ed ormai entrata nello standard del Birrificio Aosta, è una birra particolare, molto simile ad un cocktail alcolico che ad una birra potrebbe soddisfare tutti quelli che cercano delle sperimentazioni birraie e che sono amanti delle spremute d'arancia, gli altri invece potrebbero storcere il naso (anzi no, quello no, magari la bocca) e liquidare troppo velocemente una birra che ha il suo motivo di esistere, ma che forse andrebbe un po' limata.
Voto Finale: 7.5/10

30 agosto 2013

Film: Vita di Pi - Ang Lee

Vita di Pi
di Ang Lee
USA - 2012
Drammatico, avventura


Piscine, abbreviato Pi, Patel è un ragazzo indiano animato da una vivacità intellettuale che lo spinge fin dalla giovane età ad esplorare l'uomo, il mondo e Dio, diventando simbolo di perfetto sincretismo religioso e culturale, specchio del film e del regista (sullo scrittore Yann Martell e sul libro non posso dirvi molto); Pi si ritroverà infatti adulto in Canada a raccontare le vicende della sua vita, ma in particolare il naufragio in pieno Oceano Pacifico durante l'emigrazione dall'india al Canada della sua famiglia, ad uno scrittore.
La vicenda è tipica del romanzo di formazione: un adolescente si ritrova per la prima volta da solo a dover fare i conti con un mondo ostile, ma l'elemente fiabesco arricchisce notevolmente la narrazione trasformando questa "tipica vicenda di formazione" in un'avventura da fiaba popolare, ricca di spunti filosofici che vanno oltre la mera vicenda adolescienziale.
Il padre di Pi è il proprietario di uno zoo che vuole, per motivi economici, trasferire tutta la baracca in Canada e per questo motivo durante il naufragio insieme a Pi saliranno sulla scialuppa di salvataggio anche degli animali, su cui prevarrà la tigre Richard Parker con cui condividerà 227 giorni di ardua sopravvivenza in bilico tra paura e pietà.

Ang Lee riesce a conciliare un blockbuster hollywoodiano con un film visionario bollywoodiano, un film destinato alle masse con un film dai caratteri raffinati: è infatti indubbia la propensione di Vita di Pi a voler stupire con i moderni effetti speciali pompati ancor di più da un 3d ben studiato, ma è anche indubbia la capacità che ha Lee di mescolare questi effetti speciali con attori in carne ed ossa capace di creare momenti di intima riflessione (e qui mi riferisco al sapiente utilizzo sul set di 4 tigri più la tigre in CG).
Il film quindi, come dicevo all'inizio, riesce ad essere sincretico grazie all'abilità di un regista che non dimentica le proprie origini orientali (Ang Lee è nato in Taiwan) e che sa sfruttare i ricordi della sua terra natia per suggestionare lo spettatore occidentale (come del resto ha sempre fatto nei suoi film: La Tigre ed Il Dragone per citarne uno su tutti), ma è anche grazie ad un cast che ha creduto nel progetto e che ha saputo dare il massimo che Vita di Pi riesce nel suo intento: non a caso il film è stato premiato con quattro oscar, alla regia, agli effetti speciali, alla colonna sonora e alla fotografia.

Non si puo' non fare un elogio a Suraj Sharma (Pi), che ha debuttato nel mondo del cinema con un'interpretazione appassionata e soprattutto "in solitaria", probabilmente senza di lui il film avrebbe perso molto di quel multiculturalismo che lo caratterizza... Fiacchi, forse per scelta, gli altri interpreti.

Il tema che a mio parere viene trattato con maggiore attenzione, a parte l'incontro di un adolescente con il mondo e con la sua parte malvagia, è quello della ricerca della verità e della ricerca, conseguente, di un equilibrio interiore: da Pi che cerca una fede tutta sua per interpretare il mondo, allo scrittore che cerca una storia che gli faccia credere in Dio, ai due giapponesi mandati dalla compagnia assicuratrice che cercano di capire cosa sia realmente accaduto alla nave affondata, tutti i personaggi cercano una versione interpretativa della realtà riuscendo ad andare oltre ogni dogma, perfino quello della razionalità: anche il film, nonostante le semplificazioni comunicative di un blockbuster, riesce a trovare un suo equilibrio.

Voto finale: 8/10